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Leo Ex Machina | BAU porta nuove “macchine” ispirate al genio di Leonardo alla GAMC di Viareggio

Nel precedente articolo vi ho introdotto a una delle due mostre ospitate alla GAMC di Viareggio, in cui vi anticipavo già qualcosa sulla seconda mostra che approfondirò in questo articolo. Leo Ex Machina è una delle esposizioni più ampie, più curiose, più bizzarre che l’Associazione Culturale BAU abbia mai curato all’interno di un museo, portando per la prima volta in Versilia una serie di opere originali di personalità artistiche di fama internazionale della seconda metà del ‘900, grazie alla collaborazione del Museo Ideale “Leonardo da Vinci” diretto da Alessandro Vezzosi e della Collezione Carlo Palli di Prato, che hanno prestato le opere qui esposte insieme ai prototipi delle “macchine” ideati dagli autori coinvolti per il numero Dodici della rivista “BAU Contenitore di Cultura Contemporanea“.

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Il tema, come si evince dal titolo, è quello della macchina, che da sempre ha affascinato gli artisti contemporanei, dalle Avanguardie Storiche fino ad arrivare a Fluxus, alla Videoarte e alla Net Art, ispirando produzioni davvero singolari. E così vediamo le prime due sale dedicate a opere di artisti storici che si sono ispirati a Leonardo, ai suoi dipinti e alle sue macchine, dalle installazioni e il video TV-BOX di Nam June Paik, a “The third hand” di Stelarc, dall’opera “Dear Leonardo – Letter n.10” di Anna Banana, “Leonardo 5” di Pavel Schmidt e la “Palette” di Daniel Spoerri, al ritratto “Joconde – Orlan” di Orlan, finendo poi con i tre disegni “Zeichnungen zu Codices Madrid” di Joseph Beuys.

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L’esposizione nasce e sostiene visivamente l’idea alla base della realizzazione di BAU Dodici, che raccoglie e dialoga con l’eredità del genio leonardesco per affrontare questioni attuali e proporre soluzioni per migliorare, scuotere, risvegliare il nostro futuro, come i dispositivi contro la noia, la brutta musica e per organizzare e focalizzare i nostri pensieri, studiati dal collettivo ForA; l’opera prodotta dalla performance esplosiva di Giacomo Verde, la scultura realizzata da Vittore Baroni con parti e circuiti integrati di vari dispositivi elettronici; il disegno a parete “tank” di Carlo Galli fatto coi micro ritratti da lui rivisitati di Leonardo da Vinci per “Variazioni di stile” all’interno della rivista BAU Dodici; per non parlare poi del dispensatore di solletico a batteria di GianLuca Cupisti utile a “carezzare l’impegno profuso dall’universo nella sua continua espansione”!

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Nell’ultima sala infine ci vediamo presentati, chiusi in teche di plexiglas, i volumi/cofanetti delle precedenti undici edizioni della rivista BAU e su due pareti opposte tutte le opere contenute nel cofanetto della dodicesima edizione. Una mappatura visiva di tutto quello che le menti di oltre cento artisti italiani ed esteri hanno creato, ispirati dal genio leonardesco.

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E’ proprio il caso di dirlo, questa mostra ribadisce il concetto secondo il quale dove non arriva la natura arriva l’uomo e il suo ingegno, l’idea e la sua messa in pratica! Non solo, ma per tutto il periodo della mostra è prevista una lunga serie di incontri, performance, presentazioni con personaggi del mondo dell’arte contemporanea provenienti anche dalla scena underground.

Fino all’11 Ottobre 2015 Per maggiori info. http://www.gamc.it | www.bauprogetto.net

Segno, Gesto e Materia. Le opere della Donazione Pieraccini alla GAMC di Viareggio

Per le prossime due settimane ci spostiamo a Viareggio negli spazi della GAMC, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Lorenzo Viani che propone al pubblico due importanti mostre: Segno, Gesto e Materia, che rimarrà aperta al pubblico fino a Luglio 2017 e Leo Ex Machina. Ingegni Leonardeschi nell’arte contemporanea, in esposizione fino all’11 Ottobre 2015. Due bellissime mostre che mettono in risalto esperienze artistiche e sfaccettature diverse che hanno caratterizzato, e continuano a caratterizzare oggi, l’arte contemporanea nazionale ed internazionale.

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Questa settimana vi voglio parlare della prima, che presenta alcune tra le più importanti, ma anche poco conosciute, personalità artistiche del panorama europeo nei tre decenni del secondo dopoguerra facenti parte della Donazione Pieraccini attraverso il nuovo progetto di allestimento curato da Alessandra Belluomini Pucci, Claudia Fulgheri e Gaia Querci.

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Al principio ho usato immagini naturali, poi ho cercato di esprimere direttamente lo spazio che era dentro di me. [Giuseppe Capogrossi]

Allestimento che mette in risalto le qualità intrinseche sia di opere pittoriche e grafiche che scultoree esposte nel sistema ordinato di corridoi e sale del Museo, da quelle più piccole ed intime in cui si crea un’affascinante dialogo tra le opere, a quelle più grandi ed ariose in cui il racconto delle sezioni, in cui è suddiviso il percorso, si dispiega davanti ai nostri occhi in modo chiaro e lineare.

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Sette sezioni ben pensate per condurre il visitatore alla conoscenza delle tendenze che hanno poi segnato lo sviluppo dell’arte contemporanea del secolo successivo; e punteggiate da frasi o citazioni dei grandi maestri atte a rivelarne l’essenza della loro poetica.

Il nero è la notte che eguaglia le cose e riduce tutto a una parata di ombre. Io sono il pittore di queste ombre. [Emilio Scanavino]

Dall’Arte gestuale e segnica di Hartung, Scanavino, Capogrossi, Perilli, Sanfilippo, Guido Strazza, in cui si rivendica la totale espressività contro una figurazione basata su “un’esecuzione immediata di grafismi asemantici e non-concettuali; all’Informale europeo che definisce la sua poetica su tre strade diverse, quella basata sullo slancio gestuale, quella sulle espressività segniche e quella sulle qualità della materia, come possiamo vedere nelle opere di Debuffet, Vedova, Richard Stankiewicz, Claude Viseux, Corpora e Santomaso. Dalla sezione dedicata allo Spazialismo di Lucio Fontana, Toti Scialoja e Castellani, all’Arte Materica di Burri, Arnaldo e Giò Pomodoro, Umberto Mastroianni ed Emil Schumacher. 

Volevo solo mostrare l’energia di una superficie. [Alberto Burri]

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Passando poi per la sezione del Nuovo Fronte dell’Astrattismo, caratterizzato in Italia e all’estero prima dalle ricerche di Dorazio, Afro, Munari, e da quelle di Max Bill, Arp, Magnelli, Ben Nicholson, Victor Vasarely. Fino ad arrivare al fronte della Neofigurazione in opposizione con l’egemonia astrattista in favore dell'”urgenza di un’inedita espressività iconica” da cui nascono molteplici voci come quella di Luca Alinari, Enrico Baj, Valerio Adami ed alcuni degli esponenti del Gruppo Co.Br.A.: Corneille, Alechinsky e Appel.

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Tutto il percorso si conclude poi con la sezione dedicata alle personalità della Versilia che attive da anni sul territorio hanno contribuito alla creazione e definizione di un linguaggio proprio locale.

Una cospicua e propedeutica mostra, affascinante nella disposizione delle opere, per riscoprire e rispolverare quelle che sono state le manifestazioni più belle, audaci ed efficaci che hanno caratterizzato l’arte contemporanea del ‘900 con non poche influenze e ripercussioni su quello che è avvenuto invece nell’arte del XXI secolo.

Per maggiori informazioni: http://www.gamc.it | 0584 581118

 

 

Una settimana dedicata all’arte contemporanea. Torino 2013 | Reportage Part 1

Paratissima 9 – PIX

In questa prima parte del mio reportage sulla contemporary week di Torino 2013 farò una ricognizione di una delle manifestazioni più commentata e seguite negli ultimi anni, l’evento OFF di Artissima arrivato quest’anno alla nona edizione: Paratissima 9. Curato, organizzato e realizzato da qualche anno all’interno degli abbandonati Ex-magazzini generali di Torino (EX-MOI) in Borgo Filadelfia, lo staff dell’edizione 9 ci ha riservato bellissimi progetti speciali, mostre, percorsi, installazioni ed opere accompagnando il pubblico (100.000 persone in 5 giorni) in una full immersion alla scoperta delle nuove e attuali ricerche artistiche nelle diverse discipline contemporanee di riferimento, prima fra tutte la fotografia, portate avanti da artisti internazionali e nazionali, tra autori affermati e talenti emergenti; con una panoramica sul mercato dell’arte attraverso una sezione dedicata completamente alle gallerie che si rivolgono a un collezionismo giovane. Seguendo l’ordine alfabetico dei padiglioni, cercherò di riportarvi ciò che ha catturato la mia attenzione e mi ha piacevolmente colpita e sorpresa.

Partiamo dal padiglione centrale, principale contenitore dei così detti progetti speciali, in cui ha avuto un posto d’onore la mostra SKINCODES, a cura di Francesca Canfora e Daniele Ratti. Un viaggio in quelli che sono le pratiche artistiche che operano una riflessione su “la pelle”. Tela bianca su cui tatuare messaggi, segni, incidere idee, l’epidermide è l’involucro che ci difende, è la prima barriera che separa il nostro corpo dall’esterno, su o attraverso cui molti degli artisti in mostra si sono espressi, sperimentandone le qualità intrinseche di comunicazione, attraverso produzioni differenti ed esteticamente tanto affascinanti quanto macabre. Molti gli artisti di fama internazionale affiancati da alcuni giovani talenti, che sono stati selezionati attraverso un bando indetto da Paratissima, tra cui Gianni Depaoli e la sua Fiat 500 interamente rivestita di pelle di pesce, il fotografo di moda Giovanni Gastel che con le sue gigantografie di volti vuole mettere in evidenza la sofferenza e l’angoscia di queste donne che da modelle diventano vittime di questa società; l’artista macedone di istanza a Milano Robert Gligorov e la sua scioccante scultura a grandezza naturale “Vale guarda il mare”; poi nella sezione dedicata al tatuaggio ho incontrato i disegni e le opere di Nicolai Lilin, autore del Best Seller “Educazione siberiana”, la scultura di una mano tatuata di Fabio Viale e un’immagine della nota fotografa iraniana, Shirin Neshat, parte della serie “Women of Allah”, un lavoro con cui l’artista riflette sulle differenze tra la cultura occidentale e quella islamico-orientale per definirne le istanze. Nell’immagine l’artista ritrae se stessa, in questo caso con la sola mano visibile su cui è riportata la frase di una poetessa iraniana con la raffinata calligrafia propria della sua cultura; fino ad arrivare nello spazio in cui campeggia la scultura “Selfportrait (ME)” di Dario Neira insieme all’opera di Francesca Arri. Nelle sale più interne del complesso vi erano esposte le opere video “Amore mio” di Daniela Perego, e quelle dell’artista francese Orlan, che pone in primo piano le modificazioni facciali a cui si sottopone la donna oggi, succube dei modelli estetici prestabiliti, affiancate dalle opere fotografiche dell’artista torinese Olimpia Olivero, della serie “Codes” in cui la superficie epidermica diventa il circuito integrato di un corpo organico.

 

Passiamo poi al secondo spazio espositivo dedicato alla personale Grigio Assoluto di Daniele Accossato, giovane scultore torinese vincitore del “Toro d’Acciaio” 2012 come miglior artista di Paratissima. Opere e installazioni in cui protagonista è il gioco di sensi scaturito dall’estrapolazione dei soggetti rappresentati dal contesto originario di riferimento così da produrne una visione ironica intrisa d’ansia. Ma saranno le immagini a parlare al posto mio.

 

Successivamente ho incontrato le opere degli artisti del MACA per “Young at Art”, progetto itinerante a cura di Massimo Garofalo e Andrea Rodi che, in collaborazione con le associazioni Oesum Led Icima e l’omonima Young at Art, ha la volontà di promuovere su territorio italiano giovani artisti calabresi under 35. Bene di questo folto gruppo sono 5 gli artisti che per motivi differenti hanno catturato la mia attenzione: le opere pittoriche di Anna Capolupo, con “Berlin Spring” e “Ordine” dove la resa cromatica e compositiva degli scorci urbani delle grandi città europee e italiane, che lei stessa vive in prima persona, acquista il sapore del semplice esperire la realtà che la circonda, riuscendo a restituire anche l’aria che vi si respira; Maurizio Cariati e i suoi ritratti su tela hanno qualcosa in più, i volti in primo piano sembrano balzare fuori dal campo bidimensionale del piano pittorico grazie alla tecnica dell’estroflessione che permette una visione originale del ritratto; i collage digitali di Mirella Nania, in cui commistiona elementi architettonici, illustrativi, anche fotografici, appartenenti a epoche passate e diverse riattualizzate in composizioni fresche dall’atmosfera sospesa; per quanto riguarda il video invece incontro Giusy Pirrotta, nella sezione ParaVideo, con “Chroma” che mette in luce i meccanismi che si celano dietro la messa in scena cinematografica, l’ambiguità tra la realtà così percepita dallo spettatore dopo le modifiche con gli strumenti di produzione; insieme a quest’ultima espone un video anche Salvatore Insana, un altro giovane artista del MACA, che invece Young at Art espone parte della serie fotografica “Space Time Lapse”, in cui l’inquietudine va in scena attraverso scatti ambientati in paesaggi cupi dall’atmosfera irreale.

CHROMA Giusy Pirrotta

La Kustom Gallery invece era completamente dedicata alla Lowbrow Art and Kustom Kulture a cura di Giampo Coppa. Un’arte accessibile e comprensibile da tutti le cui radici risiedono nell’onda ribelle dei giovani, nata sul finire della seconda Guerra Mondiale in U.S.A., che adorava sfrecciare per le strade con motociclette e auto customizzate, trasformate in opere d’arte eccentriche e personali espressioni per distinguersi dalla massa perbenista. Dalla fine dei ’60 la Lowbrow Art coinvolge anche i fumetti fino ad arrivare ad influenzare la moda il design e le grafiche dei vinili. Ho potuto scoprire i lavori di alcuni bravissimi artisti, rappresentanti di questo movimento, tra cui lo stesso Giampo, Steuso, Wolfenstein, Malleus, Chopworks, artefici di poster, tele, art work di copertine per 33 giri, motociclette e auto customizzate fino ad arrivare ad oggetti di design davvero ROCK.

 

Un posto riservato lo ha avuto l’Associazione culturale Il Cerchio e Le Gocce di Torino, che dal 2012 collabora con Paratissima, prima seguendo la direzione artistica del murales sulla facciata del Social Club di via Giordano Bruno, affidando l’opera al giovane talento di Vesod, artista torinese che ha lasciato di sé una spettacolare impronta dei suoi virtuosismi in una composizione a dir poco sconcertante per chi percorre la via. Poi con la direzione del progetto di riqualificazione urbana di Borgo Filadelfia, Your Shutter, per il quale sono state dipinte le serrande abbassate di proprietà INPS in Piazza Galimberti e i muri della Palestra dell’Istituto Pertini, e che è continuato proprio durante Paratissima con altri due interventi di questo tipo sulle serrande di altri esercizi commerciali da parte degli artisti Giorgio Bartocci, MrFijodor e Etnik, realizzando opere di alto pregio estetico.

Giorgio Bartocci + MrFijodor

Ma gli interventi degli artisti de Il Cerchio e Le Gocce non si fermano qua e hanno proseguito ben oltre con un’opera pittorica site-secific realizzata in collaborazione da Corn79, Zorkmade e Mr Fijodor all’interno di una delle aree più vandalizzate dell’EX-MOI, grazie al supporto tecnico di Sikkens, marchio della olandese AkzoNobel, leader nel mercato delle vernici per l’edilizia e il restauro del colore. Contemporaneamente anche Giorgio Bartocci e Etnik hanno realizzato un murales all’esterno del padiglione centrale.

 

Proprio per le tante attività e progetti realizzati, l’Associazione in occasione di Paratissima ha curato anche una mostra documentaria sui suoi oltre dieci anni di lavoro in collaborazione con enti pubblici e privati realizzati per la Città di Torino, con video e foto affiancati dalle opere realizzate dagli artisti che nel corso della sua storia l’hanno sostenuta e accompagnata: Corn79EtnikFrancesco BarbieriGiorgio BartocciMrfijodorMauro149 &Rems182 (Truly-Design), VesodZorkmade.

 

Da tenere presente il lavoro di un’altra associazione con cui Il Cerchio e Le Gocce ha collaborato in questa particolare occasione mi riferisco alla tedesca Artsquare, che in collaborazione con l’Associazione “è” di Torino, Together Polska (Po) e Asociatia Club Sportiv (Ro) hanno realizzato il progetto artistico di scambio internazionale “Citizens of Cityscape”, e hanno sviluppato molti altri progetti all’interno di e con Paratissima, come l’organizzazione di incontri in lingua inglese sul tema della professione dell’artista fuori dall’Italia, e “ParaLight!” per cui è stato possibile far arrivare venti artisti internazionali invitati ad intervenire e lavorare in workshop urbani all’interno del quartiere Aurora, portando in mostra i propri lavori all’interno della Artsquare Exhibition; opere realizzate con tecniche sperimentali nelle discipline di riferimento o mixando media differenti come per esempio i lavori di Mirko D’Amato, le immagini di “Simmetrical noise” dell’artista Rajan Craveri, il collage “Youniverse” di Katarzyna Perlak, o le ceramiche di Ola Szumska e le video installazioni di Julie Land, Manuele Di Siro, e quelle di Chekos’Art feat. Carlitops, con “Sofia Loren” e Frank Lucignolo and Macedonia Exchange group, con “The green market”, che trattano la materia del graffitismo in modo originale.

E’ curioso e secondo me molto bello il progetto Botteghe d’artista, l’esposizione che ha portato all’attenzione i risultati della collaborazione di sette artisti “senior” con sette artisti “junior”. Il titolo della mostra prende spunto dal concept che sta alla base del progetto: l’antica tradizione dell’artista apprendista che va a bottega di un’artista d’esperienza. Bene anche in questo caso i sette giovani artisti hanno frequentato gli studi degli artisti “senior”, lavorando e confrontandosi con loro. Un’esperienza formativa e stimolante per i giovani e ricca di nuovi spunti creativi da cui sono scaturite sette opere, risultato di un dialogo nuovo, come “Philokalia” nata dal dialogo tra Daniele Galliano e Chiara Ventrella,  o la scultura “Reliquiae”, nata dal dialogo tra il collettivo multidisciplinare torinese di artisti e designers, Nucleo, diretto da Piergiorgio Robino, e il giovane torinese Gesebel Barone.

“Philokalia”  Daniele Galliano e Chiara Ventrella

“Philokalia” Daniele Galliano e Chiara Ventrella

“Reliquiae” Nucleo e Gesebel Barone

“Reliquiae” Nucleo e Gesebel Barone

Non mi rimane che parlare del progetto speciale Paraphotò, di cui vi vorrei presentare qui una piccola selezione degli artisti che mi hanno piacevolmente colpita. Per la sezione Mostre d’Autore, Luca Caridà con “Suture”, che riflette sul ruolo dell’immagine pubblica intorno al concetto di bellezza sviluppato nella società contemporanea in cui l’accesso e l’eccesso della chirurgia estetica è facilitato; e le fotografie della serie “Blind Russian Blues” di Roberto Luzzitelli, mentre per la sezione Talenti Emergenti, a cura di Davide Giglio e Daniele Ratti, ho trovato interessanti le serie fotografiche di Enrico Doria con “Emotional water”, di Eleonora Manca con “In my secret mirror”, in cui indaga i limiti strutturali del proprio corpo in continua mutazione, Onyricon con “Industrial series #” ed infine la serie di  Vittoria Lorenzetti, foto di ambienti dove la desolazione è sospesa in uno scatto intriso del sapore del tempo vissuto.

 

Rimanendo in tema fotografia, un altro giovane fotografo merita attenzione, sto parlando di Livio Ninni, selezionato al concorso indetto da Nikon Italia per il genere ritratto ed esposto ad Artissima e  risultato non solo vincitore nella sua categoria, ma anche del premio Nikon Talent 2013, che presso uno degli stand ha esposto il suo progetto fotografico work in progress “Fuori di Testa – Oltre al muro”, ricercando i migliori street artist e proponendo loro una seduta di ritratto del tutto originale. L’artista infatti non li ritrae per strada e neanche è invitato nello studio del fotografo, ma al contrario è il giovane fotografo che va a far visita agli artisti prescelti, sparsi per tutta Italia, ritraendoli nei luoghi dove ogni giorno operano ed in cui è esposta anche qualche loro opera.

 

Gironzolando tra i vari stand e spazi ho incontrato anche molti altri artisti affascinanti, come quelli portati dall’Associazione Culturale HeyArt con il progetto espositivo “DENTITY. THE OTHER. THE SELF” in cui cinque ricerche artistiche diverse s’incontrano nel comune dialogo col proprio Io e conseguentemente riflettono sul rapporto che intercorre tra l’opera d’arte e il corpo, elemento su cui si traspongono fisicamente i segni del nostro vissuto. Come il lavoro di Federica Gonnelli sulla sovrapposizione dei volti, intesi come specchi nei quali riconoscersi e immedesimarsi, e le opere eseguite con la tecnica del ricamo su tela con cui Ilaria Margutti ci ricorda che il corpo registra ogni traccia delle esperienze vissute essendo la parte più visibile ed esterna di noi stessi; o le opere di Giancarlo Marcali, dove è preminente la riaffermazione dell’Io attraverso la rinascita dal dolore, e quelle di Virginia Panichi, rappresentazione del corpo che muta, che migra verso identità multiple per superare le rigidità di una identità prestabilita e catalogata.

 

Poi proseguendo per gli stand espositivi dei restanti padiglioni mi sono imbattuta in altri affascinanti progetti. Come quello di “Lesbica non è un insulto”, una serie di scatti, realizzati da Maldestra, di corpi di donne nude con scritte nere “per indagare l’omosessualità femminile, per aprire un dialogo verso chi non la conosce a fondo o la ignora totalmente. Lo scopo del progetto è unire una fotografia essenziale e pulita ad un messaggio diretto ed efficace, che riveli la figura della donna lesbica nell’Italia del 2013 e la liberi da luoghi comuni.

Foto Maldestra

E quello “Memorie di Neve” del torinese Bruno Panebarco. Dall’omonima canzone dei “Prostitutes”, di cui l’autore ne faceva parte negli anni ottanta, si celebra il ricordo dei momenti passati coi componenti della band, abitues del consumo della così detta “polvere bianca”, in un’installazione di circa settecento fotografie in bianco e nero degli anni ’70 e ’80 sparse per tutto lo spazio calpestabile e in sospensione; per non parlare della scultura di terracotta di Joël Angelini, degli intensi disegni di Alessandro Caligaris, e delle opere di Severino Magri.

Tutte le mie passeggiate poi sono state allietate dalle diverse installazioni scultoree di ZOOM Torino, primo bioparco immersivo d’Italia, sparse per tutta l’area degli ex-magazzini generali, come “Piovrilla” di Simone Benedetto, e quella di “Felix” Baumgarthen, caduto dal cielo per schiantarsi al suolo di Paratissima.

“Piovrilla” di Simone Benedetto

“Piovrilla” di Simone Benedetto

“Felix” Baumgarthen

“Felix” Baumgarthen

Concludo con una scorsa al padiglione T, riservato quest’anno al progetto G@P, Gallerys At Paratissima, in cui hanno esposto molte gallerie con proposte davvero attuali di giovani artisti emergenti. L’obiettivo di G@P era proprio quello di ridurre la distanza tra il collezionismo d’élite, con le sue fiere istituzionali, e il nascente collezionismo giovane, con una proposta aperta di uno spazio accogliente e informale in cui è possibile comprare a prezzi sostenibili. Eroici Furori (MI), GAS Gagliardi Art System (TO), Galleria Paludetto (Roma/TO), Paolo Arkivio Gallery (TO), PaoloTonin Arte Contemporanea (TO), Riccardo Costantini Contemporary (TO), Semid’Arte (TO), Studio Ambre Italia (NO), Square23 (TO), UFOfabrik (TN).

 

E se a Paratissima ho trovato questi affascinanti progetti artistici, al di fuori si sono create altrettante situazioni interessanti durante il fine settimana. Dovrete solo aspettare la seconda parte di questo articolo per conoscerle.

To be continued

Francesco Barbieri. Suburban Blues | Conversazioni d’autore

Quest’oggi riservo lo spazio di RDV a uno dei più attivi e esperti autori di graffiti della città di Pisa, Francesco Barbieri, che con le sue opere ha animato in passato le “superfici più disparate e disperate” di molte città europee e americane. La sua produzione pittorica si è sviluppata di pari passo con la ricerca sul lettering, che lo ha reso famoso in ambito internazionale. Protagonista di tutto il suo lavoro è il ritratto degli spettacolari spaccati di vita vissuti in prima persona, che caratterizzano “questo fantastico mondo di reietti”, così definito dall’artista, restituito attraverso le innumerevoli emozioni scaturitegli davanti ad essi. Emozioni tradotte, nella serie dei landscapes, grazie alla sperimentazione del mezzo pittorico su supporti anche diversi da quelli urbani, rubati alla quotidianità. Una serie che riporta per la prima volta quest’anno su grande superficie urbana in occasione del Festival Icone 5.9, e a cui l’artista dedica proprio la sua ultima personale dal titolo “Hinterland”. Attraverso le riflessioni regalateci in questa intervista ci addentreremo nel percorso di studio di questo interessante artista pisano che, dall’esperienza di nuove strade di ricerca come la sperimentazione del collage, a quella della particolare pratica del libro d’artista, fino ad arrivare alla rielaborazione scultorea, ha operato un’analisi del tema prescelto da punti di vista del tutto diversi in favore della piena libertà espressiva, necessaria per fondere elementi figurativi e segni grafici e trovare un linguaggio proprio, dando una forma sempre diversa ed originale ai moti del proprio animo.

Questo 2013 ti ha portato belle e nuove occasioni di conoscenza e diffusione del tuo lavoro, che ti hanno messo alla prova con opere su grande superficie. Parlami della tua esperienza al Festival Icone 5.9, che quest’anno è stato dedicato ai terremotati dell’Emilia.

Ciao Alessandra.. credo che Icone sia al momento il festival più significativo in Italia, grazie anche all’esperienza e professionalità di un curatore come Pietro Rivasi. Sono stato molto contento di essere inserito nella line up di quest’anno e di aver potuto partecipare. Ormai Icone ha una sua storia, che continua a evolversi: guardo con interesse al coinvolgimento di una galleria come la D406 nell’evento, con tutte le potenzialità di questa sinergia. Riguardo alla mia esperienza personale.. che dire? E’ andato tutto benissimo! Era la prima volta che provavo a fare uno dei miei landscape su grandi dimensioni, e il lavoro è venuto esattamente come lo volevo… mi hanno anche assegnato un muro che era del formato perfetto al mio scopo. Ho notato che a Modena c’è comunque un po’ di gente che segue queste cose: ci hanno fatto sentire con calore che il nostro lavoro era apprezzato. E infine non posso non salutare gli amici con i quali ho condiviso quest’esperienza: Etnik e Bizarre Dee, c’è sempre un grande scambio con loro, non solo a livello artistico ma anche, e soprattutto, a livello umano.

Francesco Barbieri "Landscape" 2013 - Icone 5.9 Modena

Francesco Barbieri “Landscape” 2013 – Icone 5.9 Modena – Photo by Daniele Casciari

Parlami della tua ultima personale “Hinterland: visioni liquide urbane” realizzata all’interno degli spazi espositivi dello storico Palazzo Pretorio di Vicopisano. In cosa si differenzia dalle altre precedenti personali? Che selezione di opere hai fatto stavolta e perché?

Diciamo che è la mia prima mostra personale che riguarda esclusivamente i quadri della serie “Suburban Blues” ovvero i paesaggi urbani e ferroviari. Come ricorderai nelle precedenti mostre personali avevo incluso anche dipinti astratti, legati a immagini spaziali e psichedeliche, o altri esperimenti più legati ai graffiti con la tecnica del  collage su tela. In realtà ho incorporato nei paesaggi alcune tecniche che avevo sviluppato con quei quadri . Hinterland è la mostra che segna il passaggio a questa svolta e che anticipa la direzione nella quale voglio andare. E’ stato anche molto interessante portare questo tipo di opere in un contesto straniante come il borgo di Vicopisano e osservare le reazioni a questo contrasto. Ringrazio l’associazione La Stellaria per avermi offerto questa possibilità.

"Landscape" 2013

“Landscape” 2013

"playground" Francesco Barbieri e Etnik 2013

“Playground” Francesco Barbieri e Etnik 2013

Ci sono dei quartieri che ti hanno colpito e che ti colpiscono ancora oggi quando ci torni? Quelli che magari ritrai più spesso.

Potrei parlarti di Secondigliano o di Harlem o delle periferie di S.Pietroburgo, ma la verità è che non mi interessa più la singola esperienza, quanto piuttosto l’intero bagaglio di cose che ho vissuto. Prima, nella realizzazione di un quadro, ero molto legato a un’immagine, a un determinato momento di quando ero andato in un luogo che mi aveva colpito. Ho notato che legarmi così tanto alla singola immagine (quindi alla singola esperienza) limitava in qualche modo la mia spontaneità nel dipingere. Ho capito alla fine che tutte quelle situazioni, tutto quel frequentare un certo tipo di luoghi per anni, ormai fa parte di me e che semplicemente mi esprimo così, è diventato il mio linguaggio. Non ho più bisogno di ritrarre quella singola stazione.. mi sono interessato all’architettura e allo sguardo fotografico sulla città. Adesso posso anche mixare due o più paesaggi, prendere alcuni elementi o inventarne altri, sto cercando di creare un mio linguaggio fluido e in divenire per esprimere quello che ho dentro.

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Quali sono le sensazioni ed emozioni che ti suscita il vivere la periferia. Qual è il lato o i lati affascinanti delle zone periferiche urbane?

Prima di tutto non è stata una scelta consapevole e programmata, ma direi più una scelta obbligata. Quando ero un writer molto attivo, come tutti i writers, frequentavo certe zone più di altre, semplicemente perché lì c’erano gli spot migliori e più interessanti per dipingere. Ho notato che in qualsiasi città fossi, alla fine in un modo o nell’altro mi trovavo sempre in quel tipo di realtà.. e ho iniziato a ragionarci sopra. Ne parlavo un po’ di tempo fa con un amico, anche lui un writer che ha viaggiato molto e mi diceva: “anche se ormai non dipingo più tanto o non viaggio più con lo scopo di dipingere, quando sono in una città che non conosco, dopo aver visto le tipiche attrazioni turistiche, prendo sempre la metro o un treno suburbano e vado fino al capolinea. Dopo scendo e mi faccio un giro li, dove un normale turista non andrebbe mai. Altrimenti non capisco bene la città”. 

"Untitled" - Dittico 2013

“Untitled” – Dittico 2013 Mostra “Postumi” collettiva a cura di Studio D’Ars alle Scuderie del Castello Visconteo-Sforzesco Vigevano

Quali invece, se esistono, sono quelli che magari ti mettono disagio?

Qualche momento di tensione, è inevitabile.

Le tue tele si caratterizzano per un uso peculiare di colori psichedelici. C’è un legame tra queste sensazioni/emozioni e la scelta della gamma cromatica?

Dici? Penso che ci sia un’ impronta psichedelica, ma oggi ci sono artisti nel nostro movimento che spingono questo aspetto molto più di me.. voglio dire marcatamente psichedelici. Ho un po’ di influenze che fanno parte del mio bagaglio culturale (Griffin, Crumb, Joshua Light Show ecc…) ma la realtà è che io spesso dipingo con i colori che ho. Non sto a programmare troppo, semplicemente vedo cosa ho nelle mie riserve e li accoppio come piace a me.. il risultato è vagamente psichedelico. Ho notato che se li programmo troppo i colori alla fine vengono fuori accostamenti più banali di quello che vorrei, mentre quando faccio con quello che ho sottomano al momento vengono fuori accostamenti improbabili e indubbiamente più interessanti. E’ una cosa che ho imparato con i graffiti: fare del tuo meglio con il poco che hai a disposizione.

Quest’anno, come negli anni passati, hai avuto anche la possibilità di cimentarti in nuove esperienze, che ti hanno permesso di mostrare la tua capacità di rielaborazione e versatilità tecnica in discipline di nicchia come il libro d’artista, per la seconda volta, e per la prima volta anche nella realizzazione tridimensionale delle tue opere. Mi vorresti parlare dell’approccio che ogni volta hai adottato per affrontare queste sfide?

Si tratta di cose che ovviamente non avrei mai fatto se di volta in volta non fossi stato spronato dall’occasione di una mostra o da qualcuno che è riuscito a trasmettermi la curiosità necessaria per uscire dalla mia piccola zona di comfort e cimentarmi con un tipo di lavoro per me inusuale. Per quel che riguarda il libro d’artista è stato sicuramente Delio Gennai a “iniziarmi” a questa disciplina (che però non è assolutamente di nicchia secondo me!). L’approccio è abbastanza semplice: materiali poveri a disposizione di tutti sui quali spesso applico i miei contenuti grazie alle tecniche che conosco meglio: pittura, disegno e a volte anche fotografia (non sono assolutamente un fotografo ma in qualche modo la fotografia ha avuto sempre un certo ruolo nel mio processo creativo). In generale penso che sia utile provare a fare cose che normalmente non faresti, anche se naturalmente costa fatica e ti devi forzare, diciamo che in qualche modo ti fa crescere. 

Progetti per il futuro?

Ho diversi progetti per il 2014, ma siccome sono per lo più allo stato embrionale, per scaramanzia non ne parlo! A breve termine parteciperò a una mostra collettiva all’interno di Paratissima a Torino con Corn79, MrFijodor, Etnik, Giorgio Bartocci e altri ancora.

Un consiglio d’autore

Copritevi ammodo che arriva l’inverno!

Cristina Gardumi e il palcoscenico dell’arte | Conversazioni d’autore

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Cristina Gardumi Performance “Me_chicken” – Photo by Rincen Caravacci

Oggi voglio presentare una nostra cara e stimata artista, che ha scelto proprio Pisa come luogo in cui tornare dopo ogni sua avventura artistica, sto parlando di Cristina Gardumi, artista visiva e attrice teatrale di cui si è conclusa da poco la mostra personale “Soap Operas” al Cineclub Arsenale di Pisa, che ho avuto il piacere di conoscere negli ultimi due anni in cui abbiamo collaborato. Attraverso le sue parole conosceremo le esperienze che hanno segnato la sua ricerca artistica facendola crescere sia come donna che come artista. Dai suoi studi in Accademia di Belle Arti di Verona e quella Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, ai premi vinti nel 2011 e 2012 fino alla sua prima residenza in Marocco e alla sua esperienza con il mercato dell’arte, Cristina Gardumi ci racconta il peculiare punto di vista di un’artista a tutto tondo; le paure, le emozioni, le aspettative e le riflessioni che l’hanno accompagnata in un percorso di aperto confronto e positivo scambio col complicato mondo dell’arte.

Dalle tue due ultime conquiste quella del Premio Celeste 2011 prima e il prestigioso Premio Laguna 2012 poi, come è cresciuta Cristina Gardumi? Voglio dire.. come si è sviluppata la tua ricerca artistica? Ha subito qualche piccolo cambiamento o una grande svolta? Queste esperienze hanno influenzato il tuo lavoro successivo? Se sì, come?

Vincere sembra un traguardo, ma non lo è mai. Anzi, è piuttosto un inizio, e per alcuni una fine! Per quanto mi riguarda immaginavo ingenuamente che la mia vita avrebbe subito uno scossone rivoluzionario, contatti a iosa, miriadi di nuove esperienze. In concreto il Premio Celeste mi ha portato una certa breve visibilità e una galleria, la Dino Morra Arte Contemporanea a Napoli, giovane, ma già ben quotata. Il Premio Laguna ha permesso che questa visibilità continuasse ancora un po’. Entrambi mi hanno fornito i contributi economici sufficienti per dedicarmi completamente (o quasi) al mio percorso fino ad ora. Ma soprattutto mi hanno dato il bisogno di dare ancora di più, di superarmi sempre, come se fossi in gara con me stessa. Una voce dentro di me mi dice: “Non ti fermare ora o sei perduta”. L’ironia è che alcuni pensano che io sia lenta!

Mi hai parlato delle tue esperienze con le gallerie, vorrei sapere quanto reputi sia importante che un’artista instauri un legame con una galleria?

Sto ancora cercando di decifrare il complicatissimo “Art World”, con tutto ciò che gli gravita attorno: collezionisti, gallerie, art advisor, critici, curatori… Credo che il rapporto con il mercato sia importante, ma molto insidioso. Come il bosco di cappuccetto rosso. I lupi però sono tanti e invece di andare dalla nonna forse è meglio cercare direttamente il cacciatore! A parte le metafore l’importante è avere ben presente che la cosa più importante è il proprio percorso, e non il valore che altri danno ad esso. Non affidarsi mai completamente a qualcuno, ma tenere aperte diverse possibilità, ascoltare tutti i consigli e filtrarli. L’operazione più difficile per me resta ancora questa.

Infatti parliamo della tua ricerca artistica. Noto certi riferimenti tratti dalle tue esperienze di attrice nell’impostazione compositiva di alcune tue opere e anche negli atteggiamenti dei tuoi personaggi. L’essere un’artista visiva e allo stesso tempo un’attrice è un elemento secondo me a cui non si deve prescindere nell’analisi della tua opera. Esiste un’influenza reciproca? Se sì quanto è importante?

La mia ricerca, in particolare in questo momento, procede sempre più nella direzione di una compenetrazione effettiva e concreta tra gesto/voce e immagine. Anche se una cosa non esclude mai l’altra, nemmeno nei miei lavori precedenti. La prossemica, la composizione dello spazio e l’espressività dei personaggi che disegno io credo debba tantissimo al teatro. È solo dopo il diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Verona che mi sono dedicata alla recitazione, credendo fermamente che questo avrebbe arricchito il mio linguaggio artistico. Stranamente per almeno due anni in Accademia d’Arte Drammatica non ho toccato il pennello. Avevo bisogno di concentrarmi unicamente sulla parola e il corpo. Ma dentro di me non ho mai smesso di lavorare: appena ho ripreso mi sono accorta di avere talmente tanto da dire e di avere una tale necessità di farlo da non riuscire più a smettere. Senza contare che uno dei fili conduttori principali del mio lavoro è il concetto di comunicazione, sia sul piano dei soggetti che rappresento, quindi dell’immagine in sé, che rispetto al rapporto “opera-fruitore”, e anche “opera-creatore”. Una delle mie più grandi paure è non riuscire a comunicare ciò che intendo, essere fraintesa. Appena ho ricominciato a dipingere, mi sono accorta che le forme astratte su cui lavoravo durante Belle Arti non mi appartenevano più, anzi mi sembravano vaghe, decorative, poco dirette. Ho preferito cercare un alfabeto nuovo, immediato e apparentemente elementare come questo mio attuale, che unisce illustrazione e pittura, e con il quale sento di poter dire le mie verità (per quanto fastidiose o scomode) in modo accessibile, e a tratti persino seduttivo. Mi rendo conto che molti non riescono a cogliere il senso vero delle mie “storie”, si fermano alla superficie. L’ironia è la chiave.

"good wife" 2013

“good wife” 2013

"Adults don't exist " 2013

“Adults don’t exist ” Installazione 300×200 cm, dettaglio 2013

 

Notebook 6 - Dettaglio 1

Notebook 6 – Dettaglio 1

Per molti ha spiccato il tema della sessualità. Ma vorrei che tu mi parlassi anche degli altri temi che tratti e che magari prediligi e perché.

La sessualità infatti è un tema che emerge accidentalmente, una conseguenza. Mi spiego: Io disegno di getto. I miei Books e i Notebooks nascono sotto i miei occhi senza che io sappia dove sto andando o perché. Solo dopo mi soffermo sull’insieme e trovo il filo che pure ho seguito per arrivare alla fine. Ho fiducia nel fatto che nulla è casuale. Seguo umilmente il sentiero già tracciato dal lavoro scrittori come Ray Bradbury o registi come Lynch che della casualità “fatale” e della libera associazione mentale hanno fatto i loro strumenti. Eppure noto che ci sono temi che nel mio lavoro affiorano sempre: la mancanza, ad esempio, o la scoperta di sé, del proprio corpo, ma non limitata all’infanzia. I miei personaggi, forse data la loro natura contaminata (dall’animale o dall’oggetto), si esplorano di continuo, si misurano persino, seguendo diverse modalità. Se poi misurino il loro Fuori o il loro Dentro non sta a me dirlo. Il mood che domina spesso è quello dell’attesa impaziente del loro Big One, del giorno in cui tutto ci apparirà chiaro finalmente. Da qui l’ansia di colmare un vuoto che forse in realtà non c’è, o meglio si riduce semplicemente a fame e desiderio, due sensi puri, bestiali, e lontani da sclerotiche intellettualizzazioni. 

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Notebook 7. “About darkness” 2013

 

Notebook 7 - Dettaglio 7

Notebook 7 – Dettaglio 7

Notebook 7- Dettaglio 5

Notebook 7- Dettaglio 5

Notebook 7 Dettaglio 8

Notebook 7 Dettaglio 8

Non parli quasi mai della tua residenza in Marocco, a Ifitry. Ti va di raccontarci questa esperienza?

Ifitry è sulla costa atlantica a Nord di Essaouira in Marocco. È un posto assolutamente unico dal punto di vista del paesaggio e della natura: chilometri e chilometri di spiaggia deserti tranne che per i pescatori del villaggio vicino. Vento e oceano che ti parlano, continuamente. Ma soprattutto una struttura realizzata appositamente per ospitare artisti da ogni parte del mondo, creata per favorire il confronto e lo scambio, e mettere nelle condizioni ideali per creare. È stata la mia prima esperienza di residenza e mi sono innamorata del luogo e delle persone, artisti e non, che ho trovato. Forse quello che mi è mancato è stata la possibilità di spostarmi, il tempo di esplorare meglio la realtà nuova che avevo intorno. Ma consiglio Ifitry a qualunque artista desideri ritirarsi e dedicarsi a creare. Un consiglio: fatevi almeno tre settimane di full immersion. http://www.cac-essaouira.com/

L’importanza del confronto con artisti stranieri e con ricerche artistiche differenti dalle tue. Come vivi il confronto? E come affronti le influenze esterne?

Credo che ci sia un tempo per ogni cosa. Ho periodi in cui il contatto col mondo esterno lo evito perché ho bisogno di ritirarmi e concentrarmi solo sul lavoro. Ma una volta conclusa questa fase io stessa cerco il confronto. Confrontarsi con altri artisti è importante e utilissimo, una cosa che ho imparato fin dai tempi dell’Accademia di Belle Arti, dove ti trovi ogni giorno di fronte ai progressi dei tuoi compagni e il dialogo è costante. A Ifitry ho trovato tanti linguaggi diversi negli artisti marocchini e francesi che alloggiavano lì nello stesso periodo. Erano tutti più maturi e quotati. È stato emozionante sentirmi trattata da pari, con grande rispetto e stima. L’umiltà è una virtù preziosa che aiuta a crescere.

Il tuo lavoro e la tua passione per l’arte ti ha sempre portata in giro per l’Italia e anche fuori ma hai scelto Pisa come porto franco in cui approdare dopo ogni avventura artistica sia come pittrice che come attrice. Per quale motivo?

Mi viene da risponderti: – Perché è l’unica città che ho trovato in cui il fiume scorre al contrario! – . Se ci fai caso, non so per quale miracolo della corrente subacquea, anche se siamo vicini al mare, l’acqua dell’Arno in questo punto del suo corso sembra cambiare idea e fermarsi per un po’. A volte assomiglia più a un lago che a un fiume! Scherzi a parte, fin dalle prime volte che venivo a Pisa a trovare la famiglia di Paolo (il mio compagno) mi sono sentita attratta. La cosa che mi affascinava in particolare era il modo in cui la natura e la città si intrecciano, per cui capita che a dieci minuti dal centro si affaccino tra le abitazioni campi lasciati perennemente incolti, in cui la vita selvatica di piante e animali sopravvive, anche se tecnicamente ci troviamo “in città”. Dopo anni trascorsi a Roma, un posto simile mi sembrava in qualche modo “magico”, senza contare che mi ricorda la mia terra, il Basso Lago di Garda con tutta la sua natura, campi, boschi e montagne vicine. Vivere qui mi aiuta a trovare pace, appunto perché non è semplice gestire due impulsi creativi forti e apparentemente in contrasto come dipingere e recitare.

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“Ade” 2013

Dicci alcune anteprime dei tuoi impegni di fine anno.

A dicembre parteciperò alla mostra dei finalisti del Celeste Prize 2013 a Roma, mentre a Milano sto organizzando una residenza d’artista in spazi alternativi, un’idea nuova che porto avanti con un amico curatore: abitare un’area ristretto come un bilocale o un appartamento e rielaborarlo, trasformandolo in spazio espositivo e performativo temporaneo totale, con la possibilità per il pubblico di visitare l’artista e chi lo ospita durante tutto il processo… Stiamo ancora ultimando il progetto per cui non posso addentrarmi troppo nei dettagli. Inoltre sto continuando a lavorare con il video, e ho in vista alcune nuove collaborazioni che mi permetteranno di unire musiche originali alle mie immagini in movimento.

Un consiglio d’autore.

Quando fate un dolce non dimenticate mai un pizzico di sale.

www.cristiagardumi.com

Potrete seguire il blog di Cristina Gardumi sul sito “Pisa è Cultura http://cultura.comune.pisa.it

Un tè con Schinasi | Conversazioni d’autore

Daniel Schinasi nel suo studio

Daniel Schinasi nel suo studio

Il 12 settembre scorso ha inaugurato al Museo Piaggio di Pontedera la grande mostra antologica dedicata al Maestro italo-egizio Daniel Schinasi, fondatore del movimento Neofuturista. L’esposizione, che comprende quasi cento opere (dal ’57 al 2013) tra dipinti, disegni e bozzetti, ma anche documenti storici e libri, cerca di restituire al pubblico una visione completa del significato del lungo percorso di studio e ricerca sviluppato da Schinasi in oltre cinquanta anni di lavoro continuo nel campo dell’arte, e di ciò che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Un’antologica in cui si traccia il discorso di un’artista in dialogo con la società in cui vive e lavora, attraverso l’esperire diretto con essa, e lo si apprezza visivamente grazie all’osservazione attenta delle opere in mostra. Un discorso che parte da Alessandria D’Egitto, prosegue in Italia e arriva in tutta Europa.

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In questa occasione ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente il Maestro, che nei giorni successivi mi ha concesso un’intervista nella sua casa di Casino di Terra. Un luogo bellissimo, immerso nella campagna, dove ho potuto ammirare da vicino molte delle sue opere sparse all’interno del suo studio, e ascoltare l’affascinante racconto di un’artista, che nella vita ha conosciuto alcune delle più importanti personalità artistiche del ‘900 da cui, non solo ha preso ispirazione, ma sono state anche monito e fonte di conoscenza per tutta la sua opera. Non resta ora che godervi la lettura di questa conversazione d’autore.

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Negli anni ’60, quando sei arrivato a Pisa e hai aperto un tuo studio in cui hai fatto il corso di disegno, qual’era la situazione artistica?

Fin da piccolo ero propenso a dare la mia esperienza agli altri; appena ho preso la matita in mano avevo il coraggio di invitare i miei vicini di casa e insegnargli a disegnare, ma io non sapevo ancora disegnare. Ero soltanto uno che cominciava a disegnare, ma c’era la voglia di dare agli altri quelle piccole esperienze. Appena arrivato in Italia nel ’56 da profugo, e dopo nel ’57-‘58, quando ancora facevo pittura impressionista, con influenze impressioniste di Pissarro, poi Monet, poi Manet, poi Degas, Van Gogh, Seurat.. ho aperto un laboratorio di disegno alla Comunità Ebraica di Livorno. Andavo la domenica e lo facevo gratis. Un anno di corso gratis. Poi a Livorno conobbi un corniciaio, Petrucci, che aprì un negozio a Pisa in Piazza Cavallotti, o per i pisani detta dello Stellino, dove vendeva le sue cornici. Accanto aveva uno spazio per il laboratorio, che mi concesse per farvi una galleria e aprire “Il Corso dell’Artista”, un corso di pittura e disegno aperto a tutti. A Pisa in quegl’anni c’era soltanto la scuola di vetrata, non c’era una scuola di pittura e disegno, e son stato il primo nel dopo guerra, se si può dire, a creare questo corso. Al laboratorio arrivavano dei professoroni curiosi di vedere questo “bimbo” aprire una specie di piccola “accademia”. La scena artistica locale era piuttosto decadente. C’erano due o tre pittori post-macchiaioli credo, poi c’era Viviani e alcuni pittori modesti ma bravi, come Allotti. Quando ho cominciato a esporre a Pisa – feci due mostre – la mia pittura era a spatola, a colpi di pennello impressionista, pennellate quadrate. Il mio studio a Pisa riuscì a diventare un buon punto di ritrovo e aggregazione, dove venivano anche gli universitari delle facoltà vicine.

In questi anni, inizi a maturare una poetica controcorrente rispetto alle neo-avanguardie. Quale è stato il tuo atteggiamento e quali sono state le difficoltà affrontate? Hai trovato consensi a Pisa, tra i giovani artisti/pittori? E in una grande metropoli come Milano?

Non è stato facile. La mia pittura era considerata una pittura arretrata, in quanto mi interessava l’uomo. Al centro della mia ricerca c’è sempre stato l’uomo. Poi ad oggi non è stato così, ma ho avuto costanza, pazienza e passione per andare avanti per la mia strada, e forza ed energia per sopravvivere. Anche perché dal punto di vista del commercio, la mia pittura non è mai stata quella del mercato. Infatti un critico di Milano (Ignazio Mormino) disse “Schinasi, Don Chisciotte senza macchia!”. I critici dell’epoca poi sono invecchiati e son spariti, e al loro posto son venuti fuori questi nuovi critici. Io dico che un critico può presentare l’artista se lo conosce molto bene, quando conosce la sua opera, e non così senza averci neanche mai parlato, come fanno i critici di oggi. Inoltre oggigiorno la firma ha acquistato un significato troppo grande. Gli artisti non hanno capito che quella firma non vale niente. Son convinti che con quella firma potranno diventar famosi. Non hanno capito niente, perché l’amatore d’arte, il vero amatore d’arte, non guarda la firma ma l’opera, se gli piace l’opera poi approfondisce anche sull’artista. Chi guarda la firma invece non è un amatore d’arte ma solo un investitore, cioè vuole investire su quello che il mercato raccomanda, e da qui il significato dato alla firma come garanzia di investimento. Io mi ricordo che a Milano giravo per gallerie con 5-6 quadri in mano e mi dicevano “passatista”, perché ero influenzato dagli impressionisti e post-impressionisti e facevo una pittura che aveva riferimenti al Futurismo, ma non c’entrava nulla con la pittura futurista, c’era solo qualcosa che la poteva ricordare. Non avevano capito che c’era una grande differenza tra quello che avevo cominciato a fare io e quello che era stato fatto. Nel 1963 poi la Galleria Gussoni di Milano mi dedicò una personale con le prime opere Neofuturiste, e in questa occasione ho avuto la fortuna di conoscere Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, che frequentavano anch’essi la Galleria. Io seguivo una strada e non volevo farmi influenzare, perché le altre correnti non mi interessavano. La strada che avevo preso necessitava di una continuità e approfondimento, ma era tutta rivolta alla storia dell’uomo, alla vita dell’uomo, alla sua esistenza, ed al suo lavoro, non solo a ciò che di materiale produce ma anche a tutto quello che produce spiritualmente e socialmente. Mentre vedevo che le correnti avanguardiste dei ’60-’70 si allontanavano sempre di più da esso, io lo mettevo al centro della mia ricerca. Poi c’è la Pop Art, alla quale mi sono comunque interessato o avvicinato, ma feci già qualcosa prima della Pop Art; opere in cui sono già presenti quelli che saranno poi i simboli del consumismo, come per esempio in “Ragazzo messicano con gallo”, dove è rappresentato un ragazzo messicano seduto con in braccio un gallo e alle sue spalle compare l’insegna della Coca-Cola, o in un’altra opera con una fanciulla tunisina con in braccio un vitellino in mezzo allo smog delle auto, che le corrono intorno, si staglia sullo sfondo in cui a campeggiare è ancora l’insegna della Coca-Cola. Tutti simboli del consumismo onnipresente nella vita dell’uomo contemporaneo. Però mi son sempre rivolto a tematiche sociali, perché nel ’57 quando sono entrato alla Piaggio, ero responsabile delle attrezzature e avendo la facoltà di girare tutto lo stabilimento, dunque, notai che man mano che si andava avanti l’uomo si robotizzava. Lui e la macchina si fondevano e l’umano cominciava a sparire. Nasce qui la mia esigenza di affrontare i temi sociali.

Riccardo Ferrucci, nel suo testo critico, parla di “ricerca della bellezza e poesia in un mondo apoetico”, proprio perché corrotto dalla mercificazione dell’arte e dai meccanismi che vi stanno dietro. E’ interessante la rilettura originale che fai dei maestri quali, Van Gogh, Boccioni, Balla, soprattutto quando affronti appunto tematiche sociali.  Come sei arrivato alla soluzione di sintesi estetica che caratterizza tutta la tua opera?

Prima di trovarmi sullo stesso binario, per così dire, della pittura cubista o post-cubista e futurista, avevo già conosciuto dei pittori come Franz Marc, Jean Meztinger, Lyonel Feininger, che non facevano parte dei Futuristi, soprattutto Franz Marc, che diciamo era un espressionista. Io mi sono trovato con una visione del mondo geometrico già prima di conoscere i Futuristi, e questo mondo, fino al 1962, era probabilmente un mondo che si riallacciava all’arte rigorosa egizia, ma in pittura c’erano forme geometriche che rappresentavano e descrivevano anche temi, come quello dello spaccapietre o quello del pescatore, con una forma geometrica semplice e pulita, che non aveva nulla a che fare con Picasso o con Braque, coi Cubisti, che non si sono mai espressi in quel modo. Poi la molla del cambiamento, ma sempre in modo coerente e lineare, è avvenuta nel ’63, quando la società del consumo cominciava ad essere esasperata. Quando subentrò il cerchio in questo contesto geometrico, formato da quadrati, rettangoli e triangoli. Introdotto per cominciare a dinamizzare e muovere la figura nello spazio o l’ambiente in cui è l’immagine. Ci fu un momento in cui l’esasperazione di questa geometria, che cominciava a dinamizzarsi, sparì lentamente per ritrovarmi con la “nebbia” e una figura quasi invisibile. Sono arrivato all’eliminazione quasi totale della geometria, ma è stato un periodo molto breve con poche opere. Da qui però bisognava ricostruire di nuovo. La verità si è palesata nel momento in cui arrivi quasi al nulla, poi riprendi un discorso nuovo e ritorni alla geometria, ma non più come prima, stavolta più dinamica, più movimentata. E come nasce l’opera? Nasce con un movimento di luce, di linee e di composizione che se non sai disegnare non puoi far niente. E’ un sovrapporsi di superfici per arrivare alla fine. Non è un discorso di movimento dinamico di forme in superficie e basta, ma di forme che nascono dalla tela bianca fino ad arrivare alla completezza del quadro. Per questo la mia pittura è molto difficile da copiare.

Da sinistra: "Corrida" 2004/06, "Balletto all'Opera di Nizza" 2004, "Giocatori di carte" 1979/96

Da sinistra: “Corrida” 2004/06, “Balletto all’Opera di Nizza” 2004, “Giocatori di carte” 1979/96

Come ti sei posto quindi verso il Cubismo e il Futurismo, a cui ha apportato modifiche sostanziali scartandone gli elementi più eccessivi. Che cosa ti hanno permesso e ti permettono tutt’oggi di realizzare a livello espressivo?

La mia posizione non fu quella di disprezzare i Futuristi, ma quella di denunciarne l’esasperazione prodotta dall’influenza di Marinetti. Per esempio Boccioni nell’ultimo periodo sentì di ritornare, come me, alla pittura figurativa. Poi c’è Balla. Ecco tra Picasso e Balla c’è una grande differenza: Balla si è anche divertito a fare quadri dinamici, geometrici astratti, ma con un rigore, nel senso del rispetto del lavoro che fai, che a Picasso è mancato. Nelle opere di Balla, riferite al periodo della guerra, quando faceva ritratti di signore romane, perché le opere d’impianto Futurista non vendevano più, ecco lì si vede il grande maestro! Tra i pittori del XX secolo si può dire che Balla è uno dei primi. Un’altra cosa grave del Futurismo è anche la mancata presenza della donna. Infine gravissimo è stato quando Marinetti voleva far distruggere i musei e tutto quello che era vecchio. Non si può andare avanti senza vedere cosa è stato fatto nel passato. Il futuro è presente e passato, non si può prescindere dal passato. Quindi la mia posizione era quella di denunciare la parte negativa del Futurismo, e così anche per il Cubismo. Picasso sapeva disegnare, sapeva dipingere, aveva la genialità, ma il suo cubismo non è stato un bel cubismo, secondo me, perché se noi guardiamo la donna nuda da lui dipinta, ad esempio, sembra una scimmia. Poi si è allontanato dal cubismo e in certi periodi, quando si azzardava a mettere l’occhio di qua e il naso di là, anche se nelle sue opere potevamo scoprire certe forme espressive che potevano tradurre il significato del quadro, lui continuava ad abusare troppo della semplicità. Mirò peggio ancora!

"Danse à la patinoire" 1999

“Danse à la patinoire” 1999

Nel ‘69 a Parigi sei arrivato a teorizzare il primo Manifesto del Neofuturismo e nel ‘70 fondi il Movimento Neofuturista a Milano. Da lì in poi è stata una crociata per tutti gli anni ’80, diffondendo il Manifesto non solo in tutta Italia, ma anche in Francia e a Londra. Come è stato accolto?

Nel ‘67 mi trasferii a Parigi e iniziai a frequentare la Section de gravure all’Accademia di Belle Arti. Nel ‘69 ero stato invitato al Salon des Indépendants al Grand Palais e la Galleria Duncan presentò una mia personale con le prime opere neo-futuriste e il 1° Manifesto Neofuturista, “Omaggio a Boccioni e Severini”. Tra il ‘68 e il ‘69 ebbi l’onore di conoscere Jeanne Fort, moglie di Gino Severini, Sonia Delaunay e, alcuni degli artisti italiani che vivevano e lavoravano a Parigi come, Leonardo Cremonini e Pistoletto. A Parigi e Londra si respirava la solita energia che si respira sempre in una città in cui non si conosce questo movimento. Dunque il manifesto è servito come embrione per la nascita di questa corrente. Non so però se lo hanno assimilato, capito… ma ho fatto tutto quello che si poteva fare per diffonderlo, buttando anche i manifesti dalla Torre Eiffel. Con tutte le mostre che ho fatto in Francia, al centro poi al sud, a Parigi, a Angers, il Neo-Futurismo è conosciuto, ma non è accettato, soprattutto da chi conta come, ad esempio, dai conservatori d’arte contemporanea. Non può essere accettato, perché se un museo accetta e favorisce un certo tipo di arte come quella concettuale, è chiaramente impossibile che favorisca anche la mia. Non la vogliono far vedere perché se il pubblico la vedesse farebbe un confronto e capirebbe subito la differenza. L’uomo della strada non accetterà mai una cosa che non capisce, che non sa leggere. Io ho continuato fino ad oggi a presentare in queste città la mia pittura e il Manifesto, che è sempre presente nei cataloghi, senza mai arrendermi o fermarmi. Per questo con la mostra antologica di Pontedera, anche se realizzata in una cittadina piccola ma in un Museo prestigioso come quello della Piaggio, conosciuto in tutto il mondo, ho avuto la possibilità di aggiungere la lettera/testamento a Enrico Crispolti, con il quale, essendo anche lui ottantenne, posso fare un bilancio della situazione.

Le tematiche che affronti sono varie ma una in particolare mi colpisce, quella sportiva. Vorrei sapere perché è importante nella tua ricerca artistica, non solo a livello espressivo e di composizione, e come si lega alle altre tematiche.

A sedici anni ho cominciato a fare dello sport. Cominciai a giocar a pallone e non solo. Il mio primo sport è stato quello di giocare a ping pong in casa sul tavolo della sala da pranzo. Poi non so i vari giochi che si potevano fare per strada con gli amici quando eravam piccini. Fino all’età di vent’anni perché poi ho scoperto la pittura e ho lasciato tutto. Il sabato e la domenica, quando ero libero da lavoro, c’era la pittura; la sera dopo cena, di nuovo la pittura; quando c’erano le ragazze che mi guardavano, io preferivo sempre il pennello alla ragazza. Negli anni ’40 io seguivo il calcio alla radio perché non c’era la televisione. Allora c’era un radiocronista bravissimo, Niccolò Carossio, che commentava le partite della domenica. Lui riusciva attraverso la parola a trasmettermi l’immagine. Lo sport mi ha dato la possibilità soprattutto di fare una ricerca del movimento. C’è l’atleta che ha un corpo con cui riesce ad avere un movimento, un dinamismo armonico, elegante, come anche il cavallo al trotto. Poi c’è anche la box, che ha degli aspetti interessanti di dinamica del movimento e nello stesso tempo ha la crudeltà della lotta, del picchiare l’altro, che è la parte più ingrata dello spettacolo no? La parte più comica invece dello sport secondo me si ha nel wrestling, in cui la lotta è finta e sapendo che è tutto finto non ci stai male. Anche il ciclismo è un bello sport. Vedere un ciclista che fa una scalata in montagna o in velocità ai Campionati del mondo, beh a me piace molto. Anche la scherma è molto bella ed elegante.

Insomma quindi tu sei molto legato allo sport anche perché lo hai praticato da amatore.

Sì, ma lo sport mi serve anche per potermi esprime sugli altri temi. Questa ricerca e questa scoperta del movimento, del dinamismo, attraverso le discipline sportive mi da la possibilità di introdurre anche il dinamismo e il movimento della luce in un tema come quello del lavoro nei campi o raccolta della frutta, o un atto d’amore; anche in un atto d’amore fra un uomo e una donna c’è quella parte di movimento e di dinamismo che esiste, però quello che scopri nello sport lo ritroviamo anche in questi altri temi e ti da la possibilità di dare più senso anche alla vita. Perché la vita è movimento.

Salto ad ostacoli, 2002 Tempera su masonite

Salto ad ostacoli, 2002
Tempera su masonite

Mi parli dei murales nell’atrio della Stazione di Pisa realizzati nel 1991 e 1992?

Hanno una storia molto particolare che nessuno sa. Avevo appena terminato il murales alla Stazione di Cecina, che poi ho regalato alla città, e nel frattempo stavo realizzando “Il Giudizio Universale” a Pavia. Nell’86 avevo lo studio a Parigi quindi facevo la spola tra Cecina, Parigi e Pavia. Terminato il murales a Cecina e tornavo a Parigi, prendevo il treno a Pisa. Allora in stazione c’erano delle gigantografie delle città italiane. Una sera che andai a prendere il treno, non c’erano più attaccate ed i muri erano tutti bianchi. Allora dissi “qui devo fregare almeno un muro!”. E così fu. Prima però di contattare il responsabile avevo fatto i progetti. Mi affidarono il lavoro senza problemi. Io trovai lo sponsor della Banca Toscana per un solo muro, e ne cercavo un altro per il secondo muro. Poi l’ingegnere della stazione mi chiamò per dirmi che si era fatta avanti la Cassa di Risparmio di Pisa per sponsorizzare tutto a patto che non ci fosse nessun altro sponsor. Io, avendo preso già contatti con la banca Toscana, chiamai il Direttore, che era un amico, spiegandogli la situazione e lui mi disse “non ti preoccupare, tanto quello che ti dovevo dare per questo muro, te lo daremo per un’altra occasione”. Ci sono stati un paio di cose spiacevoli da parte di alcune persone, pittori e critici, che parlarono della lobby ebraica, che stava dietro alla commissione dei murales ed era riuscita a farmi dare quel lavoro. Quella era cattiveria proprio cattiveria! Nonostante questo è stata una bellissima esperienza per me nella città, perché venne fatta un’inaugurazione e un bel catalogo. Il primo progetto di uno dei due muri era la Battaglia fra Pisa e Firenze. Poi un’insegnante dei miei figli, Leda Bientinesi, mi suggerì la Battaglia di Mallorca del 1113. Così mi documentai sui costumi e i fatti storici e la realizzai. Quando mi accinsi a dipingere i murales erano gli anni in cui c’era la Guerra del Golfo contro l’Iraq, e nella Battaglia di Mallorca, in memoria di questo, ho dipinto un soldato iracheno morto a terra, che campeggia quasi in mezzo al quadro, tra i cavalieri a cavallo nella battaglia di terra e la battaglia per mare e sullo sfondo Mallorca. A seguire poi tutto questo lavoro fu il Professor Vincenzo Marotta, figura importante per me perché fu colui che per primo sostenne il movimento Neo-Futurista, redigendo diversi testi di sua spontanea volontà. Quando poi finii di dipingere il murales omaggio a Galilei, mi dispiacqui di non poter più salire sul quel soppalco e dissi “toh guarda ora non ci posso più venire qui”. Mi ero talmente abituato a vedere tutto il viavai di persone nell’atrio della stazione, che mi ero affezionato. Anche gli amici mi venivano a trovare, e i passanti, i turisti o i lavoratori, come quelli della Piaggio, che prendevano il treno, passavano e si fermavano a far due chiacchiere. E’ stata davvero una bella esperienza quella di Pisa.

Il consiglio d’autore che tu daresti hai giovani artisti, visto lo stato attuale dell’arte.

I giovani artisti oggi hanno grandi problemi. Per un’artista oggi è molto difficile distinguersi. E’ facilmente influenzabile dalle correnti e dai modelli imposti dalle mode. Oggi giorno cosa si può fare per proporre un’arte nuova? Un’arte che può anche durare nel tempo? Che si può anche leggere… anche se fosse sintetica o al limite della figurazione? Non è facile, in questo momento e allo stato attuale dell’arte, per i giovani artisti produrre arte nuova. L’importante è che oggi l’artista sia serio, abbia il rispetto di se stesso e del proprio lavoro non facendosi affascinare dall’effimera bellezza delle mode e dal quadro rapido da vendere.

La mostra antologia “Daniel Schinasi. Dall’Impressionismo al Neofuturismo. Pittura, disegno e documenti 1957-2013” rimarrà aperta al pubblico fino a sabato 12 ottobre ore 18.

http://wp.me/p39IgZ-eu 

Museo Piaggio

Viale R. Piaggio 7 – Pontedera      (PI)      

058727171  

http://www.museopiaggio.it   

Aperto  dal martedì al  venerdì 10.00-18.00      

Il sabato 10.00 – 13.00/14.00 – 18.00    

E la seconda domenica del mese 10.00-18.00